Muoversi fa bene, ma l’intensità fa la differenza

25 Marzo 2026

Le attuali linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) raccomandano agli adulti di svolgere almeno 150 minuti a settimana di attività fisica moderata o almeno 75 minuti di attività fisica vigorosa, considerando equivalenti 1 minuto di attività vigorosa e 2 minuti di attività moderata 

Ma questa equivalenza, storicamente basata su dati auto-riferiti, riflette davvero gli effetti sulla nostra salute? 

Uno studio recente pubblicato su Nature Communications propone una revisione sostanziale di questo paradigma, utilizzando dati oggettivi raccolti nel tempo tramite dispositivi digitali e indossabili per valutare il reale impatto delle diverse intensità di movimento su mortalità e malattie croniche. 

La ricerca ha analizzato i dati di oltre 70.000 partecipanti (seguiti per un periodo in media di 8 anni) estratti dalla UK Biobank, una delle più grandi banche dati biomediche al mondo che non solo monitora parametri clinici e genetici di oltre mezzo milione di persone nel Regno Unito, ma raccoglie anche informazioni di natura comportamentale, tra cui l’attività fisica quotidiana. Quest’ultima è stata misurata tramite accelerometri, consentendo di definire una classificazione accurata di attività fisica su tre livelli di intensità: (i) attività leggera, (ii) attività moderata e (iii) attività vigorosa.  

Successivamente, i ricercatori hanno analizzato l’associazione tra questi tre livelli e i principali indicatori di salute, tra cui: mortalità per tutte le cause, mortalità cardiovascolare, eventi cardiovascolari maggiori, diabete di tipo 2 e mortalità per cancro. 

I risultati mostrano che l’attività vigorosa ha un’efficacia nettamente superiore rispetto a quella moderata nel ridurre il rischio di malattie e mortalità. In particolare, per ottenere una riduzione del rischio comparabile a 1 minuto di attività vigorosa, sono necessari in media: 


  • 4-5 minuti di attività moderata per ridurre il rischio di mortalità generale; 

  • fino a 8-9 minuti di attività moderata per ridurre il rischio di mortalità cardiovascolare e di sviluppare diabete di tipo 2; 

  • oltre 50 minuti di attività leggera per ottenere benefici più modesti. 


Questi valori risultano molto più elevati rispetto all’equivalenza 1:2 comunemente utilizzata nelle raccomandazioni attuali, indicando dunque che l’attività moderata e soprattutto quella leggera, pur essendo benefiche, non compensano pienamente l’assenza di movimento più intenso. 

Lo studio evidenzia dunque un punto cruciale: non tutta l’attività fisica ha lo stesso “peso”. L’intensità del movimento influisce in modo determinante sui meccanismi cardiometabolici, sul controllo glicemico e sui processi infiammatori, con ricadute dirette sulla prevenzione delle principali malattie non trasmissibili. Un ulteriore aspetto innovativo è l’uso di dati oggettivi da strumenti digitali, che riducono gli errori tipici delle autovalutazioni e permettono stime più precise del reale impatto del movimento sulla salute. 

Con uno sguardo più ampio, queste evidenze suggeriscono la necessità di: 


  • ripensare le equivalenze tra diverse intensità di attività fisica nelle linee guida;

  • valorizzare maggiormente l’inserimento di brevi episodi di attività vigorosa nella vita quotidiana; 

  • integrare dati più oggettivi nelle strategie di prevenzione e promozione della salute. 


In questo quadro, emerge un messaggio chiaro: svolgere attività fisica moderata e leggera rimane fondamentale, soprattutto per le persone sedentarie o con limitazioni funzionali, ma non tutte le intensità producono gli stessi benefici. Incrementare progressivamente l’intensità del movimento, quando possibile, può amplificare in modo significativo gli effetti protettivi sulla salute e rafforzare il legame tra movimento, prevenzione e longevità. 

Fonte: Nature Communications, 2025

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